La nuova gara dell’auto elettrica: non basta più la batteria
La sfida dell’auto elettrica non si gioca solo su autonomia, ricarica rapida e numeri di vendita. Il vero terreno dove oggi si misura la credibilità di un costruttore è la sostenibilità industriale: quanto è pulita la sua filiera, dall’acciaio alla batteria.
Un nuovo rapporto internazionale dell’organizzazione ambientalista Lead The Charge ha messo sotto la lente 18 grandi costruttori globali di veicoli elettrici, valutando non solo le emissioni di CO₂, ma anche l’impatto sociale lungo tutta la catena di fornitura. Il verdetto è chiaro: alcuni marchi occidentali stanno correndo più veloci delle rivali asiatiche nella decarbonizzazione della supply chain.
In cima alla classifica? Tesla, seguita da Ford e Volvo.
Tesla, Ford e Volvo: i costruttori più “responsabili”
Secondo il rapporto, Tesla ottiene il punteggio complessivo più alto con un 49%. Un numero che può sembrare basso, ma che la piazza nettamente davanti a tutti gli altri. Il merito è dei progressi nella riduzione delle emissioni in produzione e in un controllo molto più serrato della catena di fornitura.
Subito dietro troviamo Ford (45%) e Volvo (44%), entrambe impegnate in politiche più stringenti di tracciabilità dei materiali e riduzione dell’impronta di carbonio in fabbrica, dall’energia utilizzata ai materiali impiegati.
Il top 5 viene completato da due colossi europei: Mercedes‑Benz (41%) e Volkswagen (39%). Entrambi hanno iniziato a integrare acciaio e alluminio a basse emissioni nei propri processi industriali e hanno alzato l’asticella degli impegni climatici a medio termine.
Per arrivare a questa classifica, gli analisti hanno valutato oltre 80 indicatori, che spaziano da:
- emissioni nella produzione di acciaio, alluminio e batterie
- tutela dei diritti dei lavoratori lungo la filiera
- protezione delle comunità indigene coinvolte nelle aree estrattive
- pratiche di approvvigionamento responsabile dei minerali critici
In altre parole: non basta vendere elettrico, bisogna anche produrlo in modo coerente.
Il vero nodo resta la batteria
Il veicolo elettrico è centrale nella riduzione delle emissioni del trasporto, ma la sua produzione poggia ancora, in larga parte, su combustibili fossili e su una filiera estrattiva pesante.
La batteria è il cuore tecnologico dell’auto elettrica, ma anche il suo tallone d’Achille in termini ambientali. Servono litio, cobalto, nichel: minerali che arrivano da miniere spesso situate in Paesi con controlli limitati e tutele deboli.
Il rapporto richiama in particolare la situazione della Repubblica Democratica del Congo, principale fonte mondiale di cobalto, dove numerose inchieste hanno documentato:
- lavoro minorile
- condizioni di sicurezza insufficienti
- violazioni sistematiche dei diritti dei lavoratori
A questo si aggiunge un’altra contraddizione: una quota importante dell’energia usata per produrre e, in molti Paesi, per ricaricare i veicoli elettrici proviene ancora da centrali a carbone. Le rinnovabili crescono, ma la transizione energetica non è ancora compiuta.
| Dettaglio | Descrizione |
|---|---|
| Numero costruttori analizzati | 18 marchi globali di veicoli elettrici |
| Punteggio medio sostenibilità filiera | 24% (solo +5 punti rispetto all’anno precedente) |
| Costruttore con miglior punteggio | Tesla (49%) |
| Altri marchi nel top 5 | Ford (45%), Volvo (44%), Mercedes‑Benz (41%), Volkswagen (39%) |
| Aree critiche | Acciaio, alluminio, produzione batterie, estrazione di litio, nichel e cobalto |
Una filiera a due velocità: chi corre e chi resta indietro
Il quadro che emerge è quello di un settore spaccato: da una parte i marchi che hanno già una strategia chiara di decarbonizzazione, dall’altra chi procede a passo lento o resta fermo ai proclami.
Nella parte bassa della classifica compaiono nomi pesanti: BYD, Toyota, Honda, GAC, SAIC. Il dato più significativo riguarda proprio tre giganti come Toyota, BYD e Honda, che ottengono uno 0% negli indicatori legati alla decarbonizzazione dell’acciaio, materiale chiave nella scocca e nella struttura di ogni veicolo.
Un segnale che la rivoluzione elettrica, in molti casi, si è fermata alla catena cinematica, senza ancora penetrare nel profondo della filiera dei materiali.
Non mancano, però, primi segnali di inversione di rotta. Toyota, per esempio, ha iniziato a lavorare sulla sostenibilità delle batterie con un design più modulare, pensato per facilitare smontaggio e riciclo a fine vita. Un dettaglio tecnico che, in prospettiva, può fare la differenza in termini di recupero di materie prime e riduzione dei rifiuti.
Il settore auto è ancora lontano dalla traiettoria climatica
Se si guarda al quadro complessivo, la fotografia resta tutt’altro che rassicurante. La media dei 18 costruttori analizzati si ferma al 24% in termini di sostenibilità della catena di fornitura, appena cinque punti in più rispetto all’anno precedente.
Questo significa che, pur essendo l’auto elettrica uno strumento imprescindibile per abbattere le emissioni allo scarico, la rivoluzione industriale necessaria dietro le quinte è ancora nelle prime fasi. La distanza dagli obiettivi climatici globali resta ampia.
La conclusione del rapporto è netta: produrre veicoli elettrici davvero puliti è possibile, ma richiede un’accelerazione decisa su tre fronti:
- investimenti massicci in energie rinnovabili per alimentare stabilimenti e gigafactory
- utilizzo sistematico di materiali a basse emissioni (acciaio e alluminio “green”, chimiche di batteria meno impattanti)
- filiera mineraria tracciabile e responsabile, con standard chiari su diritti umani e tutela ambientale
Per chi vive il mondo dell’auto da dentro, il messaggio è chiaro: la corsa non è solo a chi lancia prima il nuovo SUV elettrico, ma a chi saprà dimostrare, dati alla mano, che ogni bullone di quel veicolo è stato prodotto rispettando il pianeta e le persone coinvolte nella sua realizzazione.


