Dalle ruote a raggi alle ruote in lega: il dilemma degli anni ’70
Per decenni il mondo delle due ruote ha vissuto su un dualismo tecnico molto chiaro:
- ruote tradizionali a raggi
- ruote in lega leggera fusa
Le prime erano leggere, elastiche, robustissime su fondi dissestati. Ma avevano due limiti pesanti per chi cercava prestazioni e praticità: richiedevano manutenzione periodica (controllo e tensionamento dei raggi) e, soprattutto, non consentivano l’uso di pneumatici tubeless.
Le seconde, le nuove ruote in lega d’alluminio che esplodono negli anni ’70, risolvevano proprio questo: permettevano finalmente di montare gomme senza camera d’aria, più sicure in caso di foratura. In cambio però portavano con sé un altro compromesso: più peso e, nelle prime generazioni, una rigidezza e una risposta dinamica non sempre ideali per la pista.
In quel contesto, in Honda qualcuno decise che non era accettabile scegliere “o l’una o l’altra”. Serviva una terza via.
L’idea geniale di Honda: nasce la ruota Comstar
Mentre Honda correva nelle gare di endurance europee con la RCB1000, derivata dal quattro cilindri della CB750 Four, gli ingegneri di Tokyo avevano un obiettivo chiarissimo: trovare una ruota che unisse tre caratteristiche fondamentali per la competizione moderna:
- leggerezza
- rigidezza strutturale
- compatibilità con pneumatici tubeless
Da questa esigenza nacque la ruota Comstar. Il nome è la fusione di “composite” e “star”: “composite” per la costruzione ibrida, “star” per il disegno a stella dei “raggi” che caratterizzava visivamente la ruota.
Tecnicamente l’idea era radicale rispetto a una ruota tradizionale. Al posto dei classici raggi tirati, il mozzo centrale era collegato al cerchio tramite piastre metalliche piane, fissate con rivetti. Queste piastre lavoravano come raggi, ma:
- non richiedevano tensionamento
- garantivano una rigidezza superiore
- permettevano una costruzione adatta ai tubeless
Era una ruota a tutti gli effetti “composita”: non un semplice cerchio fuso monoblocco, non una classica ruota a raggi, ma un ibrido pensato per spremere il meglio da entrambe le soluzioni.
Vantaggi tecnici: meno manutenzione, più sicurezza, più libertà di progetto
Per l’epoca, la Comstar rappresentava un salto in avanti netto.
Eliminava la manutenzione tipica delle ruote a raggi: niente più controllo periodico della tensione, niente rischio di allentamenti che potessero compromettere la geometria della ruota. Allo stesso tempo consentiva di montare pneumatici senza camera, molto più gestibili e sicuri in caso di foratura ad alta velocità, un tema centrale per l’endurance.
Il peso restava competitivo rispetto a molte ruote in lega fuse di fine anni ’70, che non avevano ancora raggiunto la maturità tecnologica dei decenni successivi. E il design, con quelle piastre a stella, dava alle Honda un’impronta estetica immediatamente riconoscibile, offrendo ai designer una libertà stilistica nuova rispetto ai classici raggi o ai cerchi pieni.
Per una Casa come Honda, da sempre ossessionata dall’innovazione funzionale, la Comstar era la sintesi perfetta tra pista e strada.
Dalla pista alla serie: le Comstar sulle Honda di produzione
Una volta collaudata in gara, Honda fece ciò che ha sempre fatto con le sue soluzioni più riuscite: portarla sulle moto di serie.
Alla fine degli anni ’70 le ruote Comstar iniziarono a comparire su modelli stradali importanti, come la CB750F, e via via su altre moto destinate soprattutto ai mercati internazionali. Vedere una Honda con le Comstar significava trovarsi davanti a una moto tecnicamente all’avanguardia, figlia diretta dell’esperienza in endurance.
Da lì in avanti il sistema non rimase statico: venne perfezionato, alleggerito, declinato in varianti estetiche e tecniche, seguendo l’evoluzione delle moto stesse.
Evoluzione del sistema: acciaio, alluminio e varianti Omote, Ura e Boomerang
Le prime Comstar utilizzavano piastre in acciaio, robuste e relativamente semplici da produrre. Ma Honda non si accontentò. Dalla fine degli anni ’70 iniziarono a comparire versioni con componenti in alluminio, con un obiettivo chiarissimo: ridurre ulteriormente il peso non sospeso, fondamentale per migliorare agilità, risposta delle sospensioni e grip.
All’interno del concetto Comstar nacquero diversi disegni:
- le Omote Comstar, le prime versioni montate sui modelli iniziali
- le Ura Comstar, con finiture in nero o oro, più aggressive e moderne
- le Boomerang Comstar, con piastre dalla forma curvata, montate su moto come la CBX400F e la VT250F, tra le più iconiche per gli appassionati del marchio
Per chiarire le differenze chiave:
| Dettaglio | Descrizione |
|---|---|
| Materiale iniziale | Piastre in acciaio, poi evolute con componenti in alluminio più leggeri |
| Omote Comstar | Prime versioni, disegno “a vista” classico delle Comstar |
| Ura Comstar | Varianti con finiture nere o dorate, look più sportivo |
| Boomerang Comstar | Piastre curve a “boomerang”, montate su modelli come CBX400F e VT250F |
| Funzione principale | Unire tubeless, rigidezza e peso contenuto in una ruota ibrida |
Queste varianti non erano solo esercizi di stile: seguivano le esigenze di rigidezza, bilanciamento dei carichi e risposta dinamica delle diverse moto, sempre con l’occhio puntato sulle competizioni.
Le Comstar nei Gran Premi: dalla NR500 alle NSR500
Le Comstar non rimasero confinate alla produzione di serie. Con il ritorno di Honda nel Mondiale a fine anni ’70, la ruota ibrida trovò posto anche sulle moto da Gran Premio.
La celebre NR500 a quattro tempi, con il suo motore a pistoni ovali, utilizzò versioni racing delle Comstar. In seguito, anche le NS500 e le NSR500 due tempi, protagoniste dell’era d’oro della 500, adottarono varianti specifiche note come NS Comstar.
Qui la ruota era spinta al limite: alleggerita, ottimizzata per i carichi estremi della pista, adattata alle esigenze di gomme sempre più performanti. Era la dimostrazione che il concetto di base funzionava davvero anche al massimo livello.
Per un periodo, la ruota Comstar è stata parte integrante del pacchetto tecnologico con cui Honda ha riaffermato il proprio dominio nelle corse.
Il tramonto di un’idea brillante: perché le Comstar sono scomparse
Come spesso accade in tecnica, però, anche le migliori idee hanno una data di scadenza. Negli anni ’80 le ruote in lega d’alluminio fecero un salto evolutivo enorme.
Nuovi processi di fusione e lavorazione, migliori leghe, progettazione assistita da calcolo: tutto questo permise di creare cerchi sempre più leggeri, rigidi e affidabili, senza la complessità costruttiva di un sistema composito come la Comstar.
A metà degli anni ’80 le moderne ruote in lega offrivano ormai:
- prestazioni pari o superiori
- peso concorrenziale
- produzione più semplice ed economica
In questo scenario, Honda iniziò progressivamente ad abbandonare il progetto Comstar. Non perché fosse un fallimento, ma perché l’industria aveva trovato una soluzione più lineare per risolvere lo stesso problema.
Resta però il fatto che la Comstar è stata una delle sperimentazioni più affascinanti della storia della moto: una ruota ibrida, nata direttamente dalle corse, pensata per migliorare la ruota tradizionale in un momento di piena transizione tecnologica.
Oggi, chi vede una Honda d’epoca con le sue Comstar originali non sta guardando solo un dettaglio estetico: sta osservando un pezzo di ingegneria che, per qualche anno, ha rappresentato il futuro possibile delle due ruote.

