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Nessuno al volante: dentro il mondo dei taxi senza conducente Waymo

Nessuno al volante: dentro il mondo dei taxi senza conducente Waymo

San Francisco, laboratorio a cielo aperto della guida autonoma

A San Francisco il futuro dell’auto non è un prototipo da salone, ma un servizio quotidiano. Lo percepisci già all’aeroporto: robot che preparano l’espresso, rubinetti touchless, design levigato e ipertecnologico. Poi entri in città e il contrasto è brutale: tra le strade difficili del Tenderloin, accanto ai senzatetto e alla marginalità più cruda, scivola silenzioso un SUV bianco, immacolato, senza nessuno al volante.

È un robotaxi Waymo, il servizio di mobilità autonoma di Google. A San Francisco sono ormai parte del paesaggio urbano quanto il classico taxi giallo. Non stupiscono più i residenti: solo i turisti continuano a fissare quel volante che gira da solo.

Waymo oggi opera in sei città statunitensi – San Francisco, Los Angeles, Phoenix, Austin, Miami e Atlanta – ma il piano è aggressivo: entro fine anno l’obiettivo è arrivare a una ventina di metropoli, anche fuori dagli USA. Londra è già stata annunciata come primo banco di prova europeo, mentre a Madrid si prepara un test con i veicoli autonomi del concorrente Uber. L’onda della guida autonoma, insomma, sta per arrivare anche nel vecchio continente.

A bordo di un Waymo: l’esperienza del robotaxi

Prenotare un Waymo è intuitivo per chiunque usi già Uber, Lyft o Cabify. Si scarica l’app, si imposta il tragitto, si conferma. In pochi minuti il veicolo si materializza sul marciapiede, ma il posto guida è vuoto.

La flotta di Waymo a San Francisco è basata su modelli Jaguar opportunamente adattati alla guida autonoma. La differenza visiva rispetto a un’auto tradizionale è evidente: la carrozzeria è costellata di sensori, radar, lidar e telecamere che scrutano l’ambiente a 360 gradi. È la pelle elettronica di un’auto che “vede” e interpreta il traffico meglio di qualsiasi specchietto.

Per salire a bordo non si tocca la maniglia: si preme un pulsante dall’app e le quattro porte si sbloccano contemporaneamente. Il passeggero sceglie liberamente il posto, anteriore o posteriore. Una voce artificiale, sorprendentemente naturale, accoglie l’utente per nome. Il viaggio parte solo quando si avvia la corsa da uno dei due schermi – uno frontale, uno per i sedili posteriori – che fungono da centro di controllo per il passeggero.

Il primo istante in movimento è straniante: l’auto accelera con decisione, il volante inizia a ruotare da solo e l’istinto ti porta a controllare compulsivamente la strada. Alla prima curva, la tensione si scioglie spesso in un sorriso incredulo: il cervello sa che è tutto calcolato, ma fatica a fidarsi di un’auto senza guidatore.

Oltre Waymo: Zoox, Tesla e la nuova idea di veicolo

La guida autonoma non è certo una novità dell’ultima ora. I colossi della Silicon Valley sperimentano da anni. Waymo opera con i robotaxi già da cinque anni a Phoenix, in Arizona. Ma oggi la concorrenza si allarga e cambia anche il concetto stesso di veicolo.

Amazon, con il marchio Zoox, sta testando a San Francisco un mezzo che rompe con la forma tradizionale dell’auto. Non è un SUV adattato, ma un oggetto completamente nuovo: una sorta di vagone compatto, con due panche contrapposte e quattro posti totali. Niente volante, niente cruscotto, nemmeno uno spazio teorico per un conducente. È bidirezionale: non esiste un “davanti” e un “dietro”, può procedere in entrambi i sensi, soluzione ideale per eliminare manovre complesse e inversioni.

Questi veicoli Zoox sono ancora in programma pilota, con lista d’attesa per chi vuole provarli. Quando compaiono in strada, l’effetto è davvero futuristico: non sembrano più un’auto che si guida da sola, ma un pezzo di trasporto pubblico privato su gomma.

Poi c’è Tesla. Elon Musk ha fatto capire più volte che il vero orizzonte del marchio non sono solo le elettriche ad alte prestazioni, ma una rete di robotaxi basata sulla sua piattaforma. A Austin, in Texas, vicino al quartier generale, Tesla sta già sperimentando i suoi servizi autonomi, puntando a integrare la guida autonoma nel parco veicoli dei clienti.

Come guida un robotaxi: prudenza estrema e decisioni algoritmiche

Nel traffico reale di San Francisco, il comportamento del Waymo è rivelatore della filosofia di progetto. L’auto:

  • evita strade congestionate scegliendo percorsi alternativi
  • non entra in un incrocio se il suo spazio di uscita non è libero
  • mantiene distanze di sicurezza molto ampie
  • cede la precedenza con largo anticipo, spesso fin troppo

La prudenza è quasi maniacale. In un contesto di traffico intenso, gli automobilisti umani imparano in fretta a “sfruttare” questa caratteristica: si infilano davanti al robotaxi sapendo che l’auto autonoma frenerà per evitare qualsiasi rischio. Il risultato, per il passeggero, è un susseguirsi di sorpassi aggressivi e tagli di corsia a suo svantaggio, senza che il Waymo reagisca con la “malizia” tipica di un tassista esperto.

La sensazione è chiara: il software non ha orgoglio né nervi, ha solo parametri di sicurezza da rispettare. E li rispetta sempre.

Sicurezza e incidenti: il tallone d’Achille dell’accettazione sociale

Tutta l’industria della guida autonoma ruota intorno a una parola: sicurezza. Le prime sperimentazioni, anni fa, furono funestate da incidenti in fase di test che hanno affondato progetti e rallentato lo sviluppo.

Waymo oggi dichiara di aver ridotto del 90% le collisioni che coinvolgono i suoi veicoli rispetto alla guida umana. Eppure, ogni volta che un robotaxi è coinvolto in un incidente, l’eco mediatica è enorme. È successo di recente a Los Angeles, dove un veicolo Waymo ha investito un minore nei pressi di una scuola. L’episodio ha innescato un’indagine federale, riaccendendo il dibattito sulla maturità della tecnologia.

Anche sul fronte politico la strada non è lineare. A New York, dopo una fase di test limitata in aree periferiche, la governatrice Kathy Hochul ha deciso di non autorizzare per ora la circolazione dei robotaxi a Manhattan e dintorni. Un colpo al sogno di “conquistare” la città simbolo degli Stati Uniti: se Waymo fosse riuscita a imporsi nella Grande Mela, sarebbe stato un segnale fortissimo per tutto il mercato globale.

Scheda tecnica: cosa distingue un robotaxi Waymo

Dettaglio Descrizione
Piattaforma veicolo Modelli Jaguar di serie adattati alla guida autonoma
Sensori Radar, lidar e telecamere a 360° integrati nella carrozzeria
Controllo passeggero Doppio schermo (anteriore e posteriore) per avvio corsa e impostazioni
Accesso a bordo Sblocco porte tramite app, scelta libera del posto
Servizi a bordo Selezione musica, regolazione clima, gestione sedili e richiesta sosta anticipata

Tassisti contro algoritmi: convivenza forzata (per ora)

Per chi guida un taxi “vero”, la presenza dei robotaxi è un pugno nello stomaco. Vadim, tassista veterano con anni di esperienza tra San Francisco e New York, non le manda a dire. A suo giudizio, per molto tempo i Waymo sono stati “un disastro” in città:

  • incapaci di interpretare correttamente i gesti e gli ordini degli agenti di polizia
  • rilascio dei passeggeri in punti poco sicuri
  • difficoltà nelle strade strette dove serve alternarsi tra le due direzioni

Secondo lui, però, le macchine stanno “imparando in fretta”. E proprio questo lo preoccupa: prevede di essere sostituito dai robot “in cinque o sei anni”. Non è un allarme isolato: la recente maxi-raccolta di capitali di Waymo – 16 miliardi di dollari, per una valutazione di 126 miliardi – dimostra che gli investitori credono in un futuro dove il trasporto urbano sarà sempre più automatizzato.

La frase con cui Vadim liquida i robotaxi è brutale ma lucida: “Non hanno cervello, fanno solo quello che c’è nel codice”. È esattamente il punto: nessuna improvvisazione, nessuna intuizione, solo algoritmi. Ma algoritmi che migliorano a ogni chilometro percorso.

Freddo silicio contro calore umano

Per molti passeggeri, il taxi non è solo un mezzo, è anche una micro-relazione sociale: il tassista che consiglia il ristorante giusto, che sa quali zone evitare, che ti aggiorna sulla politica locale o sulle ultime del calcio. Una figura che è insieme cronista di quartiere e psicologo improvvisato.

Nel Waymo, tutto questo non esiste. Ogni interazione passa dallo schermo: si sceglie la musica, si imposta la temperatura, si regola la posizione dei sedili, si chiede al veicolo di fermarsi prima del punto previsto. L’auto esegue in silenzio, senza una parola in più.

Arrivati a destinazione, il robotaxi accosta con precisione millimetrica, emette un suono digitale – quasi fosse il “livello superato” di un videogioco – e sblocca le porte. Nessun “buona giornata”, nessuna battuta. Solo efficienza.

Pochi isolati più in là, il campanello di un cable car rompe il silenzio digitale. Il vecchio tram a fune di San Francisco, ultimo al mondo ancora azionato manualmente, arranca su per una salita ripida. Il manovratore, massiccio, tira leve d’acciaio, urla il nome delle fermate, scherza con i passeggeri. A un certo punto lascia volutamente le maniglie, come per sfidare un futuro che sembra già scritto: qui, per qualche secondo, non guida nessuno. Ma non c’è algoritmo, solo esperienza e istinto.

È l’immagine perfetta della transizione che ci aspetta anche in Europa: tra romanticismo meccanico e intelligenza artificiale, tra volante e sensori, il mondo dell’auto sta entrando in una fase in cui “nessuno al volante” non sarà più un’eccezione, ma una scelta di mobilità.

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Mario Bruno

Mario Bruno

Ex giornalista automobilistico con molti anni di esperienza nel settore. Oggi, attraverso il mio blog, condivido la mia passione per i motori: dalle innovazioni tecnologiche e dai consigli pratici sulla manutenzione alle emozioni del motorsport. Il mio mondo si muove su due e quattro ruote.